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In memoria di Francesco Guccini

today08/08/2026 36

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Cosa c’entra una radio che si propone di passare “tutte le sfumature del rock”, con un cantautore? Potrebbe anche non c’entrare nulla, considerando la statura musicale e artistica di Guccini che basta e avanza. Ma c’entra eccome, non fosse che Guccini inizia proprio dal rock n roll. C’entra eccome, e c’entra ancor più con il punk se vogliamo.

Francesco Guccini è stato uno dei più grandi artisti italiani, uno dei massimi esponenti della canzone d’autore, ovvero quella musica che, come egli stesso la definì in un’intervista, è “slegata dagli schemi puramente commerciali” e “ha un testo significante”, non legata quindi al momento ma desiderosa di comunicare qualcosa. Un fermento di poesia ed arte quello di fine anni ’60 e soprattutto anni ’70 e ’80, rappresentato e raccolto dal Club Tenco, nato proprio nel 1972 a sostegno della canzone d’autore e contro l’industria musicale rappresentata a sua volta dal Festival di Sanremo.
Menestrello dalla penna finissima, Guccini è stato il Bob Dylan italiano, capace di raccogliere in pochi accordi e con una chitarra in mano le stanze di vita quotidiana che accomunano ognuno di noi, a prescindere da status sociale o professione. Con testi complessi ma diretti è stato forse il migliore a raccontare e fotografare sogni e paure, tristezza e malinconia, l’amore “che toglie e che dà”, i desideri di un mondo migliore e più giusto. Senza risparmiare critiche all’ipocrisia e al bigottismo piccolo-borghese italiano, e senza mai rinnegare l’umile e contadina provincia italiana in cui è nato e che ha raccontato ampiamente in musica e nei suoi libri.
Ribelle e anticonformista, antisociale quanto necessario, il Guccini artista che tutti conosciamo è figlio di quella Bologna che ha adottato nel 1961 e da cui è stato adottato. Contemporaneo della scena punk anglosassone, con la sua camicia e lo stile bohemien, Guccini ha incarnato l’attitudine punk come pochi. Cosa c’è di più punk del resto, nel rifiutare le logiche imposte dall’industria discografica, o fare mattina in osteria con vino, chitarra e amici? Cosa c’è di più punk nel rispondere alle critiche scrivendo in quattro e quattr’otto L’avvelenata (sia lodato sempre Bertoncelli)?

Influenzato dal movimento beat americano quanto dalle idee socialiste libertarie, Guccini è stato soprattutto un uomo ed artista libero e non etichettabile. Non può essere un caso che Gaetano, De Andrè, Gaber, Dalla, Battiato, Lolli stesso lanciato proprio da Guccini, per fare qualche nome del pantheon dei cantautori italiani, siano stati tutti unici e assolutamente non confezionabili in un genere musicale, in un’idea politica, tantomeno in un modello di artista prêt-à-porter. Tutti, tra l’altro, rigorosamente anti-eroi.
Il termine cantautore è molto vago e non è sicuramente finito negli anni ’80, proseguendo nei decenni sperimentando anche nuovi suoni. In un certo senso però con Guccini, che aveva smesso di suonare da anni, se ne va l’ultimo grande rappresentante di quel fenomeno cantautorale ed intellettuale definibile sì come nazionalpopolare, ma nel significato migliore del termine. Le migliaia di commenti di affetto sotto i suoi brani su Youtube, il cordoglio di tutta Italia (o quasi), la stima e l’affetto dei bolognesi e dei milanesi che sono scesi in strada a cantare le sue canzoni appresa la notizia (come era successo con De Andrè nel 1999), dimostrano quello che ha rappresentato Guccini e la sua musica per chi lo ha ascoltato e continuerà a farlo. Se n’è andato un gigante, in tutti i sensi, ma se n’è andato soprattutto un fratello.

 

 

Scritto da: Filippo Sconza

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